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IL FATTO STORICO

Al momento dell’aggressione alla Polonia, nel settembre 1939, il regime nazista fece arrestare e deportare in campo di concentramento tutti gli ebrei polacchi di età superiore ai sedici anni ancora presenti in Germania. La maggior parte di essi morì entro breve tempo per i maltrattamenti subiti. Le donne e i bambini, soprattutto quelli rimasti a Berlino, poterono contare sull’aiuto di una nota sionista, Recha Freier. Quando questa a metà del 1940 fuggì a Zagabria, fece in modo che il maggior numero possibile di questi bambini e ragazzi potesse attraversare il confine con l’aiuto dei contrabbandieri e unirsi a lei. Quasi tutti poterono poi proseguire il viaggio fino in Palestina. Gli ultimi ad arrivare, tuttavia, ne furono impediti dall’occupazione tedesca e italiana della Jugoslavia, avvenuta nell’aprile 1941. Visto che la persecuzione degli ebrei da parte del regime croato degli ustascia andava assumendo forme sempre più minacciose, un giovane sionista di Osijek, Josef Indig, partì con 43 ragazzi da Zagabria e raggiunse con loro la parte del territorio sloveno annesso dall’Italia, dove per un anno poterono alloggiare in un vecchio castello di caccia a Lesno Brdo, presso Lubiana. Con l’inizio della guerra partigiana, il castello di caccia finì in diverse occasioni per trovarsi nella zona dei combattimenti. La Delasem, organizzazione assistenziale degli ebrei italiani, con sede a Genova, decise pertanto di prendere in affitto a Nonantola presso Modena un’ampia casa di campagna, Villa Emma, per ospitarvi i ragazzi. Il Ministero dell’Interno, malgrado le leggi razziali vigenti in Italia, autorizzò il trasferimento, e i ragazzi arrivarono a Nonantola il 17 luglio 1942. A Villa Emma furono assistiti dalla Delasem, e pur vivendo modestamente, non mancò loro mai il necessario. La Delasem nominò anche un direttore, Umberto Jacchia, e provvide a sistemare un locale per le cerimonie religiose. Vennero organizzate regolari lezioni scolastiche, mentre sui circa 7 ettari di terreno appartenenti a Villa Emma il mezzadro Ernesto Leonardi si incaricò di istruire i ragazzi più grandi nel lavoro dei campi. Furono anche istituite una falegnameria e una sartoria. Nell’aprile 1943 si aggiunse un secondo gruppo di 33 ragazzi provenienti da Spalato, che per sfuggire alle persecuzioni degli ustascia e delle truppe di occupazione tedesche si erano rifugiati sulla costa dalmata, annessa dall’Italia. Da allora a Villa Emma furono alloggiati 73 bambini e ragazzi dell’età dai sei ai vent’anni, e fino a 15 accompagnatori. I contatti con la popolazione locale erano resi difficili dalle limitazioni volute dalla Questura di Modena, tanto che in genere i ragazzi potevano recarsi in paese solo se accompagnati da un adulto. Ciò nonostante nacquero alcune amicizie, e anche in assenza di contatti diretti si diffuse a Nonantola la notizia che gran parte dei ragazzi erano orfani, e che i loro familiari erano stati uccisi in un campo di concentramento tedesco o croato, oppure erano stati deportati nell’Europa orientale, da dove non inviavano alcun segno di vita. Quando dopo l’annuncio dell’armistizio tra il governo Badoglio e gli Alleati, l’8 settembre 1943, si pose il problema di nascondere i ragazzi, si trovarono molte persone disposte ad aiutarli. Le truppe tedesche erano entrate in paese da appena un giorno, che già Villa Emma era quasi vuota. Con l’aiuto di un giovane sacerdote, don Arrigo Beccari, e del medico Giuseppe Moreali, una trentina di bambini più piccoli trovarono accoglienza nel seminario adiacente all’abbazia o dalle suore, mentre gli altri vennero sistemati presso contadini, artigiani e negozianti, entro un raggio di circa 3-4 chilometri da Villa Emma. Tutti riuscirono entro metà ottobre a fuggire in Svizzera suddivisi in piccoli gruppi, prima che vi fosse un rastrellamento da parte della polizia tedesca, eventualità sempre incombente. Per attraversare il confine, sorvegliato dal Zollgrenzschutz tedesco, il ragazzi dovettero guadare al buio il Tresa. In Svizzera le associazioni sioniste li alloggiarono in un istituto a Bex, nella valle del Rodano, e nel maggio 1945, dopo una fuga durata cinque anni, gran parte dei ragazzi poté raggiungere la Palestina. Si salvarono tutti, ad eccezione di un ragazzo di Sarajevo, ricoverato in un sanatorio sull’Appennino modenese. Il suo nome si ritrova nell’elenco di un convoglio per Auschwitz. Don Arrigo Becccari e Giuseppe Moreali sono stati in seguito onorati nello Yad Vashem per l’aiuto coraggioso e generoso da loro prestato, ed è stato loro dedicato un albero nel Viale dei Giusti.



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07 - Set - 2010

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